lunedì 20 agosto 2012

Pussy Riot e materialismo storico

Sul caso delle Pussy Riot ormai la storia è nota.
Sfidando il conformismo del Clero ortodosso, le ragazze (esponenti di un gruppo femminista russo) sono entrate nella Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca e hanno canto un brano contro Putin (qui il testo della traduzione), tirando in ballo lo stesso Clero in virtù dell'appoggio politico che da all'ex capo del KGB. Chiunque in Occidente legga questo testo si farà la propria idea se due anni di carcere duro, in mezzo a delinquenti veri, siano o meno la pena equa.
Peraltro Putin, che ha saldamente in mano il potere politico, non ha nessun interesse nell'accanirsi su sterili proteste; in questa storia infatti risulta che abbia addirittura agito come moderatore contro chi voleva veramente la testa delle ragazze, ossia il Clero ortodosso (che ovviamente lo appoggia).
Dalle informazioni lette sulla stampa, la richiesta iniziale del Clero sarebbe stata molto più alta in termini di anni di carcere, e Putin ne avrebbe negoziato la riduzione, magari per non passare inutilmente come dittatore totalitario. Dal momento che il Clero si è schierato in una lotta politica, sottraendosi al suo ruolo nominale di osservatore terzo, non ci vedo nulla di anormale che venga considerato alla stregua di un avversario politico: possiamo discutere sul grado di violenza verbale utilizzato ma non sulla liceità ad attaccarlo.

Personalmente ritengo che queste ragazze siano martiri della modernizzazione del loro Paese, avendo sfidato un doppio potere (politico e religioso) da una posizione di doppia debolezza: essere donne e anticonformiste. Pagheranno questo gesto sulla loro pelle, pertanto a loro va la mia ammirazione e solidarietà.

Il punto però è un altro.

Mentre a sinistra i commenti sul caso non riservano sorprese, il dibattito nel centrodestra è più articolato: si va dal liberal, che considera la questione un reato di opinione o poco più, fino al conservatore che si scandalizza per l'offesa arrecata alla sensibilità religiosa del popolo russo (dove?) e quindi considera punibili le ragazze. Invoca cioè, per le ragazze, l'applicazione di una Fatwa, una delle pratiche islamiste considerate tra le più medievali. Invocazione alla Fatwa che viene, guarda caso, da chi più radicalmente combatte la presenza islamica in Europa.

Il punto interessante del dibattito quindi, qui a occidente, mi sembra la sensibilità religiosa e non la liceità di offenderla in nome di una presunta offesa fatta a un intero popolo.

La mia tesi è che la sensibilità religiosa non esiste come valore dell'individuo e di conseguenza di un popolo.

Se sei nato in un Paese o vivi in un ambiente maggioritariamente cattolico, la tua sensibilità religiosa probabilmente, almeno all'inizio, sarà cattolica; lo stesso si applica se sei nato in un Paese ebreo, protestante, ortodosso, confuciano, indù, buddista o islamico.
In tutti questi casi l'elemento in comune è l'esistenza di un Clero più o meno secolarizzato, che fa meschinamente leva su caratteristiche umane (e non soprannaturali): ignoranza, tradizione, superstizione sono utilizzate da questa casta per mantenere una posizione di potere.
La storia delle religioni ci testimonia che questo elemento si mantiene invariato nel tempo e nello spazio; in altre parole, la religione (e di conseguenza la sensibilità religiosa) è solo una declinazione locale di un fenomeno antropologico molto più generale e antico, che spingeva gli uomini a credere la terra piatta o il fulmine come l'ira di Zeus.

Pur essendoci anche altri fattori, si può affermare che la contiguità del Clero col potere politico (meglio, a sostegno della classe dominante) e la sua capacità di ingerenza nelle Leggi di un Paese (che è l'inverso della laicità dello Stato) sono proporzionali alla emancipazione sociale del popolo stesso.
Questo spiega come mai nei Paesi islamici le Leggi dello Stato recepiscano, molto più che nei Paesi occidentali, i dettami religiosi. Tutti i Paesi islamici (con la notabile eccezione della Turchia, che la rivoluzione dei Giovani Turchi e la Costituzione di Ataturk rese un Paese laico a maggioranza islamica) devono ancora sperimentare una propria Rivoluzione Francese, che da noi fu lo spartiacque tra Medioevo e società borghese. Finché questo non accadrà il Clero avrà, in quei Paesi, il potere di imporre dogmi religiosi nell'ordinamento legislativo, contribuendo a mantenere una cappa oscurantista sulle consuetudini sociali dei cittadini (il tema dell'emancipazione femminile o anche solo della parità uomo-donna è l'esempio classico).
Se i costumi dei Paesi islamici ci appaiono tanto distanti dai nostri, è proprio perché noi abbiamo già assorbito da tempo i principi del 1789: la vita nello Stato della Chiesa, prima della Breccia di Porta Pia, non era poi molto differente.
Peraltro non si ricordano religioni che abbiano lavorato per il progresso del genere umano, mentre il contrario è sempre stato e continua a essere vero. E questo senza neanche entrare nella contabilità delle guerre scatenate, nel corso dei secoli, brandendo l'arma dell'odio religioso: una pratica che l'ultradestra di ogni Paese vorrebbe sempre riesumare.

Per concludere, ciò che ha condannato le PussyRiot non è stata la sfida alla Politica ma quella al Clero ortodosso, che in Russia (a causa della generale e oggettiva arretratezza culturale) sta vivendo rigurgiti medievali inquietanti. Come quasi ovunque, anche li il Clero (e per estensione la religione) si dimostra il peggior nemico dell'uomo e un pericolo per la libertà e il futuro del popolo.
Per un partito politico di uno Stato che voglia dirsi laico, sottovalutare il potere clericale, ammiccare e trattarlo da amico è sempre sbagliato: se potesse, anche qui in Italia il Clero tornerebbe a cacciare le streghe: la diversa sensibilità religiosa che ha avuto la CEI nei casi Welby o Englaro, rispetto a come è stato trattato un De Pedis qualsiasi, è una cartina di tornasole che converrà tenere sempre a mente. E contribuire a far ricordare.

domenica 19 agosto 2012

Cento anni di Elsa Morante

Nella casa che mio nonno costruì sull'Aventino, dove mia madre è nata nel '32 e prima di lei i suoi quattro fratelli e sorelle, e dove ho vissuto fino ai quindici anni, c'era una vecchia libreria. Da li occhieggiava, non ricordo comprato da chi, "La Storia".

E' curioso che abbia scelto, afferrato e cominciato a leggere quel grosso tomo, senza spaventarmi della dimensione, io perito tecnico industriale. Ma forse no, perché anche nelle scuole tecniche ogni tanto - raramente - capitano professori che ti fanno amare i classici. Come la prof. Frasca, vecchissima già nel '77, che ci spiegava tutte le sfumature dei Promessi Sposi, per poi chiedercele a rotta di collo alle interrogazioni.

Dopo aver letto di Useppe, di Ida e di Nino credo che la mia vita non sia più stata la stessa. Grazie Elsa: credo di dovere a te la mia passione per i viaggi storici, nei luoghi dei grandi eventi dell'uomo, alla ricerca del filo rosso che lega tutte le nostre tragedie, le une alle altre.

sabato 26 maggio 2012

OGM: a chi servono?

Leggendo qualche articolo in giro mi è sorta una riflessione sul tema degli OGM, ossia delle sementi che vengono geneticamente modificate per aumentarne la capacità di sopravvivenza, la resistenza alle malattie, la velocità di crescita, eccetera.
Premetto che sono uno scarso cliente degli ortolani, in quanto mi piacciono pochissimi prodotti della terra, ahimè...Ma vediamo un po': OGM, a chi servono? Abbiamo subito due categorie beneficiate.
Le industrie chimiche di sicuro, hanno bisogno di riconvertirsi e non gli pare vero di farsi un mercato nuovo.
I produttori agricoli di sicuro, aumentano l'efficienza della produzione, più raccolto con meno terra e con meno personale.
E al consumatore? Qui sono più dubbioso. Serve veramente tutta questa produzione in più, quando ogni anno già vengono mandate al macero tonnellate di raccolto e di latte, per evitare di saturare i mercati e abbassare il valore unitario della merce?
Del resto file impazzite vagando nei mercati alla ricerca del cetriolo d'oro io ancora non ne ho viste.
Si può obiettare: una maggior efficienza significa minore costo di produzione, che in parte si traduce in minor prezzo al consumatore.
Si, ma contestualizziamo: di quanto parliamo? Quando il ravanello costasse il 20% in meno, questo farebbe la differenza per la famiglia che arriva a malapena a fine mese? E' questo ravanello OGM che lo salva dalla povertà?
In buona sostanza, ho come l'impressione che finché si butta merce per incrementare il profitto (e tenere i prezzi artificiosamente "alti") va tutto bene, perché l'attuale modello di produzione e distribuzione considera il profitto un bene; se invece il prezzo è "alto" perché non uso OGM allora si grida allo spreco.
Ma davvero c'è un risparmio con gli OGM?
E i costi della filiera di produzione dell'OGM dove li mettiamo?
E i costi ecologici derivanti dallo sfruttamento della terra fino all'ultimo "pelo" di radice, come li quantifichiamo?
E i rischi indotti dalla introduzione di specie aliene nel nostro ecosistema, specie non frutto della selezione naturale in equilibrio con le altre, quando li consideriamo?
In buona sostanza, gli argomenti per dire che degli OGM non abbiamo bisogno, anzi che dobbiamo temere dalla loro introduzione, direi che sono abbastanza evidenti.
Di questo la classe produttrice si rende conto molto bene.
Quindi cosa serve? Serve un tam tam pubblicistico quotidiano, servono "esperti" amici che, vestendo l'arida realtà economica del fenomeno con una sovrastruttura di progresso, rendano "vendibile" l'OGM al cittadino.
E gli amici "esperti", per chi sa come cercarli, non tardano a farsi trovare.

domenica 26 febbraio 2012

Infraestructuras "ownerless"

Utilizar los servicios de Facebook, Twitter, Skype sin estar sometidos a la censura de parte; navegar por Internet sin que el proveedor decida lo que puede circular en la red; utilizar su PC o su teléfono como desee sin más limitaciones que las técnicas; ser usuario de una tecnología informática que se desarrolle de acuerdo a las posibilidades del ingenio humano, sin la mediación de la lógica del beneficio.

Aquí, el término "código abierto" puede ser interpretado como todo esto y más, y es por eso que se están extendiendo las infraestructuras y los servicios que, además de ser desarrollados de parte de la comunidad de código abierto y mediante el uso de tecnologías no patentadas, se basan en los conceptos de "falta de dueño", es decir, sin un dueño u operador que determine las operaciones, el desarrollo, las condiciones de uso.

Vamos a ver algunos ejemplos concretos.

Redes sociales: Facebook y Twitter, sino también el G+, que estàn sometidos a un utilizo "políticamente incorrecto" especialmente en los ultimos años, veen paulatinamente la introducción en sus servicios de "normas de conducta", "políticas de uso", ademàs de la normàl recopilación de información personal. Sí mismo os operadores no ganan nada (es màs, todo esto tiene un coste), ellos se veen obligados a actuar por la necesidad de proteger a los anunciantes (como siempre). Con una metáfora, se podría decir que su libertad termina donde comienza la cartera de quien les está procurando ganancias estelares.
Personalmente creo que estos servicios no dan ninguna garantía de respecto de los derechos a una comunicaciòn libre: más bien los dueños de los negocios gastan mucho dinero para mantener a un ejército de censores que, aplicando sus reglas, pone su mano de forma selectiva (y, a veces la mordaza, como informan periódicamente los usuarios y la prensa) para el contenido publicado, cuando van en contra el interés de alguna iglesia, de la ética de un pueblo, de los intereses de un determinado gobierno.
¿Hay alguna alternativa? Por supuesto que si y se le llama diáspora, un proyecto de código abierto que ha creado un servicio que une los paradigmas de uso de Twitter y Facebook, y que pero se basa en una federación de servidores (pod), hospedados de forma voluntarìas por gente que no espera provecho, y que no pertenecen a nadie en particular; al registrarse usted non debe firmar las condiciones de uso, la ruta de las características que se agregan gradualmente no se ha establecido bajo las necesidades de venta de espacio publicitario, el software, por supuesto, no incluye una tarifa de licencia. Apagar el servidor no va, de ninguna manera, a limitar las capacidades de funcionalidad y comunicación de los usuarios registrados con los restantes servidores de la red social.

Skype, que nació como un proyecto independiente y ahora tiene millones de usuarios registrados en línea (30M simultáneamente en todo el mundo), era propiedad de una compañía que fue adquirida recientemente por Microsoft. Microsoft no es o diablo, pero ciertamente no es un campeón en la adopción de estándares abiertos, con todo el derecho del mundo de proteger el proprio negocio. De hecho, el protocolo utilizado para la voz es "closed source" y por lo tanto, la disponibilidad de su software en los diferentes terminales depende de los intereses de la empresa.
Incluso aquí hay una alternativa y es la combinación de los estandares SIP y XMPP: se trata de protocolos abiertos y documentados para establecer chat de audio / vídeo, y que entonces permiten desarrollar soluciones de comunicaciòn (cliente y servidor).
Los servidores son independientes y disponibles sobre una base voluntaria (sin publicidad de la que para ganar dinero). Cerrar un servidor, una vez más, afecta sólo a los inscritos con la central que corre en el servidor mismo. Nadie puede impidirme el registro en veinte servidores diferentes de mi elección.
Hay paquetes de software que implementan el cuadro de distribución a su antojo (por ejemplo, Jabber) y un número igual de paquetes cliente (por ejemplo Jitsi).

Lo que nos lleva a la madre de todos los servicios, la conectividad, es decir: sin ella no hay Diáspora, SIP y XMPP: sencillamente, no vana llegar hasta allí.
Internet ha nacido para ser una red descentralizada: con el protocolo TCP/IP (el idioma que permite a las computadoras comunicarse entre sí) en los años 80 se rompió el hábito de teneer una red con un gobierno tecnico central, permitiendo pues que los nodos de comunicación (si es que estan funcionando e son físicamente interconectados en una malla) puedan seguir comunicando entre si incluso cuando algunos de los mismo se encuentren apagados; todo esto procedía de una necesidad militar en la época de la Guerra Fría.
En los últimos años el protocolo no ha cambiado; sin embargo, la creciente tendencia a utilizar Internet también como transporte universal para contra-informaciòn, levanta preocupaciones: hemos visto que se puede desactivar el Internet, en un solo país, con el ejemplo dado por el gobierno egipcio a principios de 2011: es suficiente emitir un aviso para una docena de grandes ISP (de los que dependen todos los demás) para cerrar su enlacen con Países extranjeros, y ya está.
Pero incluso sin ir tan lejos, todos los países (como Italia) aplican algun tipo de filtro sobre el tráfico, con el objetivo de evitar alcanzar a ciertos sitios extranjeros; por supuesto la elecciòn no se produce sobre una base democrática y entonces el comportamiento è prevaricador.
En este caso, la alternativa no es fácil de lograr, como en los casos anteriores, porque hablamos de una infraestructura y no de servicios de software. La tecnología sin embargo ayuda, asì pues están surgiendo de manera espontánea en el mundo muchas comunidades inalámbricas (Ninux en Italia es una de ellas), que están liderando el camino con dificultad: es un retorno a la forma Internet de origen, la propiedad de los aparados que constituyen los nodos es de los ciudadanos, que lo adquieren con unos cuantos euros; los aparados pueden también ejecutar un software no propietario (openwrt).
Instalados en las terrazas, los aparados realizan una red de transmisión de datos fiable y de alta densidad. La fiabilidad ya la tenemos ahora, la densidad (que es la vacuna fuera de la red, más nodos otorgan más difícultad para cerrar las comunicaciones) està todavia por alcanzar.
Pero el patrón està trazado y el tiempo es una ventaja para jugar.

Este artículo es copyleft y su difusión se recomienda expresamente.

Owner-less infrastructures


Use the services of Facebook, Twitter, Skype without being subjected to censorship part; browse the Internet without the ISP ruling what can circulate in the network; use your PC or your phone as you want without any but technical restrictions; enjoy a computer technology that is developed according to the possibilities of human skill, without the mediation of the logic of profit.

Here, the term "open source" can be declined in all this and more, and that is why there are spreading infrastructure and services which, besides being "open community driven" by using non-proprietary technologies, are based on the concept of "ownerless", i.e. they work without an owner or operator that can centralize governance, rules, operation, development, terms of use.

I will make some examples of that.

Social networking: Facebook and Twitter but also G+, under the pressure of a "politically incorrect" (mis)use to which these services are subject in the very last years, are introducing so-called standards of conduct, policies, aside of the usual collection of personal information. They does not earn anything from that behaviour (which indeed has a cost) but they are forced to do that by the urgency to protect their advertisers (as usual). With a metaphor, one could say that their freedom ends where begins the wallet of whoever is driving stellar profits into their operations.
Personally I believe that these services do not give any assurance in term of respect of freedom of communication; in fact the business owners must spend a lot of money to maintain an army of censors who, applying their rules, selectively puts his hand (as periodically report users and the press) to published content, when they go against the interest of some church, ethics of a given country, or the interests of a given government.
Is there an alternative? Yes sir, and it is called Diaspora, an open source project that has created a service which fuses the paradigms of use of twitter and facebook, but is based on a federation of servers (pod), hosted by people who will to do so; in other words, the whole social network isn't owned by anyone in particular; registering you must-not sign any Conditions of Use; the roadmap of the features that are gradually added is not driven by the needs of selling advertising space; the software of course does not include a license fee. Shutting down a server is not, in any way, going to limit the functionality and communication capabilities of the users registered with the remaining servers.

Skype, the service was born as an independent project and now has millions of registered users (30M online simultaneously around the world), was owned by a company that was recently purchased by Microsoft. Microsoft is not evil, but certainly isn't a champion in the adoption of open standards; this is a perfectly legal strategy to protect their business. In fact, the protocol used by skype for voice communication is closed-source and therefore the availability of its software on different terminals depends on the company's interests.
Even here there is an alternative and it is the combination of SIP and XMPP: they are open and documented protocols to set-up, interact and tear-down communication and audio / video chat, so they are used by anybody who want to provide solutions for client units and switches, again hosted on independent servers, available on a voluntary basis (no advertising from which to make money). Shutting down a server, again, affects only those registered within that PABX. And no one is preventing me from registering in twenty different switchboards of my choice. There are software packages that implement the switchboard at will (eg Jabber) and an equal number of solution to interact with the switch (eg Jitsi).

Which brings us to the mother of all services, the connectivity: without that there cannot be Diaspora, SIP and XMPP; simply stated, they stay out of reach.
Internet was born to be a decentralized network: its TCP/IP protocol (the language that enables computers to communicate with each other) was conceived in the 80 and, by requirement, should allow the nodes to communicate (if interconnected by a phisical transmission grid, technology independent) even if one or more of them was turned off; by chance this came out from a military necessity, in the era of the Cold War.
In recent years the protocol has not changed; however, the growing tendency to use Internet also to transport counter-information news has generated some concern: and now we have seen that you can turn off the Internet, in a single country, on behalf of the example set by the Egyptian government in early 2011: it is sufficient to notice to a dozen large ISP (from which all others depend) to close their BGP gateways with foreign countries and you're done.
But even without going that far, all countries (including Italy) apply filters on traffic, preventing the reach of certain foreign sites, certainly not choosen on a democratic basis (at least I have not been asked) and then prevaricating people's rights of free communication.
Here, the alternative is not easily achieved, as in the previous cases, because we now speak of an infrastructure and not of software services. The technology however helps, so we now see the birth of wireless communities, which are springing up spontaneously in the world (Ninux is one of them) and that are paving the way: this movement is a return to the original Internet shape, where independent nodes are individually owned by individual citizen, purchased for a few euros, often running a non-proprietary software (such as openwrt) and installed on your terrace, to build a network of reliable and pervasive data transmission. Reliability we have right now, while the pervasiveness (which is the vaccine for the network, more nodes means more effort to shut down the communications) there still to do. But the pattern is traced and the time plays for us.

This article is copyleft and its dissemination is expressly encouraged.

sabato 25 febbraio 2012

Infrastrutture "ownerless"

Usare i servizi di Facebook, Twitter, Skype senza sottostare a censure di parte; navigare su Internet senza che l'ISP decida cosa può circolare nella rete; usare il proprio PC o il proprio telefono come si vuole, senza limitazioni che non siano quelle tecniche; consumare una tecnologia informatica che si sviluppa secondo le possibilità dell'ingegno umano, senza la mediazione della logica del profitto.

Ecco, il termine "opensource" può declinarsi in tutto ciò e molto altro, ed è per questo che stanno diffondendosi infrastrutture e servizi i quali, oltre a essere sviluppati da community aperte usando tecnologie non proprietarie, sono basati sul concetti di Ownerless, ossia funzionano senza un proprietario o gestore centralizzato che ne governi il funzionamento, lo sviluppo, le clausole d'uso.

Voglio fare riferimento a qualche esempio concreto.

Social networking: Facebook e twitter ma anche G+, sotto la spinta dell'uso "politically incorrect" che se ne fa da un anno a questa parte, stanno introducendo per i propri servizi norme di condotta, policy, raccolta delle informazioni personali degli utenti. Di per se non ci guadagnano niente ma vi sono costretti dall'esigenza di salvaguardare gli inserzionisti (al solito). Con una metafora si potrebbe dire che la loro libertà finisce dove comincia il portafoglio di chi gli fa fare utili stellari. Personalmente ritengo che questi servizi non diano nessuna affidabilità, anzi le Aziende titolari spendono molti soldi per mantenere un esercito di censori che, applicando le LORO regole, mette selettivamente mano (e talvolta il bavaglio, secondo quanto riportano periodicamente gli utenti e la stampa) ai contenuti pubblicati, quando vanno contro l'interesse di qualche chiesa, della morale di un dato Paese, degli interessi di un dato Governo.
Esiste un'alternativa? Si e si chiama Diaspora, un progetto open source che ha dato vita a un servizio il quale, fondendo i paradigmi d'uso di twitter e facebook, si basa però su una federazione di server (pod), ospitati da chi vuole, i quali non sono di qualcuno in particolare; registrandosi non si devono firmare Condizioni d'uso; la roadmap delle funzionalità che progressivamente vengono aggiunte non è stabilita sulle esigenze di vendere lo spazio pubblicitario; il software ovviamente non prevede un canone di licenza. Spegnere un server non limita in alcun modo le funzionalità e la capacità di comunicazione degli utenti registrati presso i restanti server.

Skype, servizio nato come progetto indipendente e che ha adesso milioni di utenti registrati (30M contemporaneamente online in tutto il mondo), era proprietà di un'Azienda che da poco è stata acquistata da Microsoft. Microsoft is not evil, ma sicuramente non è un campione nell'adozione di standard aperti: ha i proprio business da proteggere e qualsiasi logica non può prescindere da ciò. Di fatto il protocollo utilizzato per la voce è proprietario e quindi la disponibilità del relativo software sui diversi terminali dipende dagli interessi aziendali.
Anche qui c'è un'alternativa ed è la combinazione tra SIPXMPP: si tratta di protocolli aperti e documentati di comunicazione audio/video e chat e, utilizzati da chi vuole, consentono di realizzare centralini e client interconnessi tra loro, di nuovo ospitati su server indipendenti messi a disposizione su base volontaria (non c'è pubblicità da cui ricavare denaro). Spegnere un server, di nuovo, ha impatto solo su chi è registrato presso quel centralino. Nessuno mi impedisce di registrarmi in venti centralini diversi di mia scelta. Ci sono pacchetti software a volontà che implementano il centralino (es. Jabber) e altrettanti per interagire con i centralini (es. Jitsi).

E veniamo alla madre di tutti i servizi, cioé la connettività: senza di quella non ci sono Diaspora e XMPP che reggano perché non ci si arriva.
Internet è nata per essere una rete decentralizzata: il suo protocollo TCP/IP (la lingua che consente ai computer di comunicare tra loro) negli anni '80 ruppe la consuetudine di un governo tecnico centralizzato della rete, permettendo ai nodi di comunicare (se fisicamente interconnessi) anche se uno o più di loro veniva spento: non a caso nacque da una esigenza militare in epoca di guerra fredda.
In questi anni il protocollo non è variato, però la crescente tendenza a usarla anche per fare controinformazione ha generato dei pruriti: si è visto che spegnere internet si può, in un singolo Paese, con l'esempio dato dal Governo Egiziano a inizio 2011: basta intimare a una dozzina di grossi ISP (da cui dipendono tutti gli altri) di chiudere il proprio bocchettone con l'estero e il gioco è fatto.
Ma anche senza arrivare a tanto, tutti i Paesi (Italia compresa) applicano dei filtri sul traffico e impediscono il raggiugimento di determinati siti esteri, scelti su una base certamente non democratica (io per esempio non sono stato interpellato) e quindi prevaricatrice.
Qui l'alternativa non è facilmente realizzabile come nei casi precedenti, perché parliamo di una infrastruttura e non di servizi software. La tecnologia comunque aiuta e le wireless community, che stanno sorgendo in maniera spontanea nel mondo (ninux è una di queste) stanno faticosamente indicando la strada: è quella di un ritorno all'origine, nodi di proprietà del singolo cittadino, acquistati con pochi euro, su cui può anche girare un software non proprietario (openwrt) e installati sul proprio terrazzo, a costruire una maglia di trasmissione dati affidabile e pervasiva. Sull'affidabilità ormai ci siamo, sulla pervasività (che poi è il vaccino contro lo spegnimento della rete, più nodi ci sono più è difficile chiudere le comunicazioni) ancora c'è da fare. Ma il modello è tracciato e il tempo gioca a favore.

Questo articolo è copyleft e la sua diffusione è espressamente incoraggiata.

lunedì 27 dicembre 2010

Sign of the times

Settembre 1977, istituto tecnico industriale G. Galilei, primo giorno di scuola.
Arrivo e una camionetta della celere sosta davanti all'ingresso, entro, salgo le scale e sui muri scritte inneggiano al collettivo politico, reclamano la libertà per Vico, capo del collettivo e arrestato dopo un ritrovamento di armi nell'auletta a loro destinata. A Maggio avevano sparato a Giorgiana Masi.
Dopo pochi giorni la prima agitazione, con un megafono un ragazzo spiega che i fascisti hanno ammazzato Walter Rossi alla Balduina. Un mio compagno delle medie, quello con cui ho preparato gli esami pochi mesi prima, è ora nel servizio d'ordine. Qualche anno dopo parteciperà all'attentato mortale contro il gen. Giorgeri.
Quello stesso anno scolastico, pochi mesi dopo, la vicenda Moro.

Settembre 2009, liceo linguistico Machiavelli, primo giorno di scuola.
Leonardo si cambia maglietta sei volte prima di uscire, si fa mettere le lenti a contatto, preoccupato su quante ragazze carine ci saranno in classe e se si entra alle nove pure domani.