sabato 25 febbraio 2012

Infrastrutture "ownerless"

Usare i servizi di Facebook, Twitter, Skype senza sottostare a censure di parte; navigare su Internet senza che l'ISP decida cosa può circolare nella rete; usare il proprio PC o il proprio telefono come si vuole, senza limitazioni che non siano quelle tecniche; consumare una tecnologia informatica che si sviluppa secondo le possibilità dell'ingegno umano, senza la mediazione della logica del profitto.

Ecco, il termine "opensource" può declinarsi in tutto ciò e molto altro, ed è per questo che stanno diffondendosi infrastrutture e servizi i quali, oltre a essere sviluppati da community aperte usando tecnologie non proprietarie, sono basati sul concetti di Ownerless, ossia funzionano senza un proprietario o gestore centralizzato che ne governi il funzionamento, lo sviluppo, le clausole d'uso.

Voglio fare riferimento a qualche esempio concreto.

Social networking: Facebook e twitter ma anche G+, sotto la spinta dell'uso "politically incorrect" che se ne fa da un anno a questa parte, stanno introducendo per i propri servizi norme di condotta, policy, raccolta delle informazioni personali degli utenti. Di per se non ci guadagnano niente ma vi sono costretti dall'esigenza di salvaguardare gli inserzionisti (al solito). Con una metafora si potrebbe dire che la loro libertà finisce dove comincia il portafoglio di chi gli fa fare utili stellari. Personalmente ritengo che questi servizi non diano nessuna affidabilità, anzi le Aziende titolari spendono molti soldi per mantenere un esercito di censori che, applicando le LORO regole, mette selettivamente mano (e talvolta il bavaglio, secondo quanto riportano periodicamente gli utenti e la stampa) ai contenuti pubblicati, quando vanno contro l'interesse di qualche chiesa, della morale di un dato Paese, degli interessi di un dato Governo.
Esiste un'alternativa? Si e si chiama Diaspora, un progetto open source che ha dato vita a un servizio il quale, fondendo i paradigmi d'uso di twitter e facebook, si basa però su una federazione di server (pod), ospitati da chi vuole, i quali non sono di qualcuno in particolare; registrandosi non si devono firmare Condizioni d'uso; la roadmap delle funzionalità che progressivamente vengono aggiunte non è stabilita sulle esigenze di vendere lo spazio pubblicitario; il software ovviamente non prevede un canone di licenza. Spegnere un server non limita in alcun modo le funzionalità e la capacità di comunicazione degli utenti registrati presso i restanti server.

Skype, servizio nato come progetto indipendente e che ha adesso milioni di utenti registrati (30M contemporaneamente online in tutto il mondo), era proprietà di un'Azienda che da poco è stata acquistata da Microsoft. Microsoft is not evil, ma sicuramente non è un campione nell'adozione di standard aperti: ha i proprio business da proteggere e qualsiasi logica non può prescindere da ciò. Di fatto il protocollo utilizzato per la voce è proprietario e quindi la disponibilità del relativo software sui diversi terminali dipende dagli interessi aziendali.
Anche qui c'è un'alternativa ed è la combinazione tra SIPXMPP: si tratta di protocolli aperti e documentati di comunicazione audio/video e chat e, utilizzati da chi vuole, consentono di realizzare centralini e client interconnessi tra loro, di nuovo ospitati su server indipendenti messi a disposizione su base volontaria (non c'è pubblicità da cui ricavare denaro). Spegnere un server, di nuovo, ha impatto solo su chi è registrato presso quel centralino. Nessuno mi impedisce di registrarmi in venti centralini diversi di mia scelta. Ci sono pacchetti software a volontà che implementano il centralino (es. Jabber) e altrettanti per interagire con i centralini (es. Jitsi).

E veniamo alla madre di tutti i servizi, cioé la connettività: senza di quella non ci sono Diaspora e XMPP che reggano perché non ci si arriva.
Internet è nata per essere una rete decentralizzata: il suo protocollo TCP/IP (la lingua che consente ai computer di comunicare tra loro) negli anni '80 ruppe la consuetudine di un governo tecnico centralizzato della rete, permettendo ai nodi di comunicare (se fisicamente interconnessi) anche se uno o più di loro veniva spento: non a caso nacque da una esigenza militare in epoca di guerra fredda.
In questi anni il protocollo non è variato, però la crescente tendenza a usarla anche per fare controinformazione ha generato dei pruriti: si è visto che spegnere internet si può, in un singolo Paese, con l'esempio dato dal Governo Egiziano a inizio 2011: basta intimare a una dozzina di grossi ISP (da cui dipendono tutti gli altri) di chiudere il proprio bocchettone con l'estero e il gioco è fatto.
Ma anche senza arrivare a tanto, tutti i Paesi (Italia compresa) applicano dei filtri sul traffico e impediscono il raggiugimento di determinati siti esteri, scelti su una base certamente non democratica (io per esempio non sono stato interpellato) e quindi prevaricatrice.
Qui l'alternativa non è facilmente realizzabile come nei casi precedenti, perché parliamo di una infrastruttura e non di servizi software. La tecnologia comunque aiuta e le wireless community, che stanno sorgendo in maniera spontanea nel mondo (ninux è una di queste) stanno faticosamente indicando la strada: è quella di un ritorno all'origine, nodi di proprietà del singolo cittadino, acquistati con pochi euro, su cui può anche girare un software non proprietario (openwrt) e installati sul proprio terrazzo, a costruire una maglia di trasmissione dati affidabile e pervasiva. Sull'affidabilità ormai ci siamo, sulla pervasività (che poi è il vaccino contro lo spegnimento della rete, più nodi ci sono più è difficile chiudere le comunicazioni) ancora c'è da fare. Ma il modello è tracciato e il tempo gioca a favore.

Questo articolo è copyleft e la sua diffusione è espressamente incoraggiata.

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